Specchio specchio delle mie brame… il gruppo come strumento di conoscenza del proprio Sé

Specchio specchio delle mie brame… chi è la più bella del reame?

Chi non conosce la  famosa frase pronunciata dalla matrigna cattiva nella fiaba di Biancaneve! Chissà se la famosa Regina chiedeva anche qualcos’altro allo specchio: ciò che è certo è che lo specchio le rimandava sempre la verità e quando Biancaneve divenne più bella di lei glielo comunicò, sincero fino in fondo. La Regina, furiosa, ordinò così di uccidere Biancaneve. Viene da chiedersi: perché la verità può rendere così furiosi, tanto da arrivare ad uccidere?

Ma prima, forse, dobbiamo chiederci qualcos’altro:

Immagine reperita nel web, autore Gianluca Donati

perché lo specchio può aiutarci a comprendere la verità, a vedere cioè ciò che c’è dietro alla maschera?

Lo specchio riflette solo la nostra immagine esterna, è vero, la nostra maschera. Ma quell’immagine costituisce “un altro” da Sé, una sorta di doppione nel quale ci osserviamo in modo oggettivo, un ologramma di noi stessi impossibile da toccare davvero eppure estremamente reale. Per la maggior parte del tempo, noi ci percepiamo ma non ci vediamo, possiamo guardarci a “pezzi” e da una prospettiva in soggettiva dove il volto non è mai visibile, possiamo sentirci, toccarci, ma, in poche parole, non possiamo guardarci come ci guardano gli altri, dall’esterno.

Ecco perché guardarsi intensamente allo specchio può addirittura portare ad una sensazione di irrealtà, quasi una depersonalizzazione, ad un non riconoscersi nell’immagine riflessa.

Viviamo costantemente immersi in noi stessi, o in altri inesplorabili lidi creati dalla fantasia della nostra mente, ma non siamo costantemente coscienti del nostro corpo.

Si può essere più o meno preoccupati di apparire in un certo modo, ma non si percepisce mai come in effetti siamo, come ci vedono gli altri, se non nel momento in cui ci riflettiamo in uno specchio.

E a questo punto… l’immagine che vediamo ci piace? Ci sentiamo, ora che ci osserviamo, esattamente come prima di farlo? Ciò che vediamo nello specchio corrisponde a come pensiamo di essere?

Sembra banale, ma vedersi riflessi ha un impatto potente, soprattutto se ci osserviamo bene e ci guardiamo negli occhi*, scrutandoci a fondo. In parte si può paragonare a quei momenti in cui si parla ad alta voce tra sé e sé, per riordinare le idee e vedere le cose… con un altro (nostro) punto di vista!

Quando lo specchio in cui riflettersi sono gli occhi degli altri, i corpi degli altri, le storie degli altri, l’esperienza si può rivelare estremamente potente!
Soprattutto quando ciò avviene in un contesto protetto e sicuro, privo della componente di giudizio, quale è quello che si crea nei gruppi d’incontro, e quando l’obiettivo comune è quello di imparare a conoscersi meglio, scoprire e integrare i lati meno conosciuti di noi stessi, aspirare ad un maggiore livello di benessere psico-fisico.

Nella vita incontriamo vari tipi di gruppi, con finalità diverse, per socializzare e pensare solo a divertiri o, al contrario, per un progetto di lavoro; c’è il gruppo dei pari, ovvero quello che abbiamo scelto, fondamentale soprattutto per adolescenti e giovanissimi,  il gruppo familiare, quello scolastico e così via.

Le famose mani nella caverna La Cueva de las Manos nella provincia argentina di Santa Cruz (datate tra i 9000 e i 13000 anni fa)

E poi ci sono i gruppi incontro, nei quali si cerca di crescere, di migliorarsi e di affidarsi. Gruppi nei quali ogni esercizio, tecnica o il semplice atto di respirare all’unisono, acquisiscono una qualità diversa, una carica energetica diversa, un livello di attivazione vitale e di motivazione più elevato.

Negli altri riusciamo a vedere e a  riconoscere con naturalezza e semplicità parti  che non vogliamo o non riusciamo a vedere dentro di noi, ma in cui ci riconosciamo. Parti celate che, se disvelate attraverso la relazione, possono tornare ad essere integrate nel proprio Sé, sentendosi così integri ed autentici. Nel gruppo si crea un vero e proprio gioco di specchi. Siamo tutti così diversi e così drammaticamente uguali: le storie si intersecano fino a diventare storie condivise e torniamo ad essere quegli “animali sociali” che nella relazione trovano la forza per emergere, per risolvere i propri problemi, per incamminarsi verso nuove strade.

Il motivo per cui nel gruppo avviene la “magia” della conoscenza di noi stessi può essere attribuito ad una miriade di fattori: al ruolo dei neuroni specchio (alla base dell’empatia e della comprensione degli stati d’animo altrui); al flusso di energia che si muove tra i componenti di un gruppo; al conoscersi e riconoscersi nelle storie degli altri; al fatto innegabile, quanto poco spiegabile a parole, che un gruppo non è la somma dei suoi componenti ma è molto di più.

Il rispecchiamento è comunque uno degli elementi più importanti e attiva risorse interiori e relazionali inesplorate, latenti ma presenti in ciascuno di noi. Risorse che consentono di attivare processi di guarigione in ciascun componente del gruppo, portando a cambiamenti attesi da tempo, trasformandosi in nuovi strumenti d’azione e di meta-comprensione, donando una nuova spinta energetica e motivazionale verso le mète desiderate.

La condivisione delle storie, dei propri timori, delle proprie fragilità, così come dei propri punti di forza, delle proprie conquiste e così via, ci fa sentire che non siamo soli, che non siamo gli unici a provare determinati sentimenti, emozioni e sensazioni.

La separazione tipica della nostra società individualista porta a indebolire la comunità e gli individui stessi (paradossale, no?). La storia insegna: durante l’Apartheid la separazione tra bianchi e neri impediva che due persone si sedessero accanto, iniziassero a parlare tra loro dei problemi, della loro vita, della loro quotidianità, e scoprissero così di essere uguali.

Se vogliamo tornare ad essere umani dobbiamo re-imparare a relazionarsi e a specchiarsi negli occhi degli altri. Se ciò che vedremo ci piacerà sarà facile condividere questa parte di noi con gli altri, se ciò che vedremo non ci piacerà o ci farà paura, dovremo chiederci quanto c’è di noi nell’altro e quanto c’è dell’altro in noi. E iniziare da noi stessi.

Il rispecchiamento è parte fondamentale della relazione tra paziente e terapeuta. Il contatto oculare porta ad una maggiore comprensione di se stessi e degli altri e a livelli più elevati di empatia

 

I gruppi “Il Respiro” e “La Libellula” riprendono a settembre. Per i primi colloqui di inquadramento (gratuiti) e per i percorsi individuali potete contattarmi anche a luglio e agosto.

Per qualsiasi ulteriore informazione o per fissare  un appuntamento contattatemi:

email info@annalisailari.it, tel 331 3143184.

Il primo colloquio è gratuito.

 

*Esistono, proprio per questo, meditazioni e terapie che sfruttano l’osservazione allo specchio. Parlo ad esempio di una meditazione molto potente di Osho e del ruolo riservato all’auto osservazione allo specchio in talune terapie specifiche, come ad esempio quelle nell’ambito dei disturbi alimentari

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