L’insostenibile pesantezza del vuoto: la società postmoderna e l’incapacità di annoiarsi

Il vuoto, questo (s)conosciuto… Lo avvertiamo tutti: in un’indefinibile irrequietezza, nei momenti di inattività forzata, nella mancanza di una persona cara, nello spazio-tempo di un sogno. Eppure, questa non dimensione, questo non-luogo lieve e denso di possibilità, nella nostra società, è avvertito come un fardello, come un peso che mal si sopporta, come qualcosa da riempire, ad ogni costo. Un delirio bulimico di tecnologia, cibo, sesso e molto altro ancora.

Ma andiamo per gradi…

Questo post me lo ha ispirato mia figlia: non ha ancora otto anni ma, spesso, pone domande difficili, a cui è difficile rispondere con un linguaggio adeguato ad una bambina della sua età. Ecco perché punto più sull’esempio e, se non basta, sulla metafora, pur essendo e restando una mamma molto imperfetta e riconoscendo su di me, in primis, la difficoltà di educare.

Prima di affrontare l’argomento, c’è quindi bisogno di un breve prologo.

Prologo

E’ mattina, siamo in un noto ospedale pediatrico in attesa di una visita di controllo (niente di grave, per fortuna!). L’attesa si protrae, troppo per la verità, soprattutto vista la tenera età dei pazienti: quasi cinque ore! Mia figlia ha con sé un libro, due pupazzini e un giornale di enigmistica da fare insieme. Io gioco un po’ con lei, un po’ leggo il mio libro, un po’ cerco di arginare la sua frustrazione dell’attesa, un po’ lascio che si annoi e trovi da sola il da fare. Mi chiede a più riprese lo smartphone ma le faccio presente che sul mio telefono non ci sono giochini e non essendoci linea sufficiente non può usare neanche youtube per i cartoni animati. Allora per qualche minuto ci mettiamo a guardare le foto e i video (nostri) sul telefono. Ogni tanto butta un’occhiata agli altri piccoli pazienti e riesce anche a giocare 5 minuti con una bambina più grande di lei che poi, però, viene chiamata per la visita prima di noi. E gli altri?

La quasi totalità dei bambini e delle bambine in attesa (e parlo di pargoli dai 3 anni in su, non di ragazzi, e parlo di molti bambini, una trentina) e la maggior parte dei genitori, sono immersi nei loro smartphone o tablet. Non alzano la testa, scambiano al massimo due parole per le necessità (bagno, sete, fame): nient’altro. Per quasi cinque ore. Qualcuno lo usa un po’ meno ma comunque per la maggior parte del tempo.

Mia figlia mi chiede perché io non le abbia portato il suo tablet ma, soprattutto, mi chiede perché con il tablet non si sarebbe annoiata mentre, alla lunga, libro, giochi e giornalino l’annoiano. Lascio perdere la risposta che le ho dato perché non so neanche cosa sia riuscita a spiegarle lì per lì! Ma ci provo qui, in questo post, anche se lei non sarebbe, ancora, in grado di capirlo…

Non è facile spiegare perché le persone si alienino e si isolino nei loro dialoghi tecnologici, monologhi solitari a due, anche quando hanno accanto a sé i propri figli o i propri cari. Non dico che non debbano neanche accendere il tablet o il telefonino, ma di qui ad usarlo ininterrottamente per quasi 5 ore, c’è una bella differenza. La mia intenzione non è giudicare, ma cercare di comprendere, di capire, perché è solo partendo dalla consapevolezza che si può intravedere la soluzione a quello che, a mio avviso, è un problema, attuale e diffuso: la dipendenza da cellulari (se si possono chiamare ancora così!).

Certo è “faticoso” e difficile essere l’adulto, quello che deve pensare ad accudire, quello con le responsabilità, quello che deve aiutare a tollerare la frustrazione del vuoto e della noia… se per primi non si è in grado di farlo! Molto più facile cedere davanti alla richiesta di un giochino, mettersi a propria volta a guardare il telefonino e perdere poi la cognizione del tempo.

E invece queste dimensioni “vuote” andrebbero riscoperte, assaporate, tollerate. Ci lamentiamo sempre della mancanza di tempo, di non stare a sufficienza con le persone care e, quando il tempo ce l’abbiamo, non sappiamo che farne, o lo usiamo male. Non siamo allenati!

Per quanto mi riguarda, un tempo odiavo l’attesa, il tempo del viaggio dal punto A al punto B, i ritardi degli altri (quelli mi danno ancora fastidio, ma per una questione di rispetto reciproco… ci lavorerò!): adesso mi godo l’imprevisto di un tempo vuoto per stare con i miei silenzi, per leggere un libro, o, come nel caso succitato, per parlare e giocare con mia figlia senza essere pressata dalla fretta di un dovere incombente. Poi magari è lei che non mi regge più e sceglie di fare qualcosa da sola!

Le cause di questa incapacità a tollerare spazi-tempo vuoti sono molte: se vogliamo possiamo tirare in ballo anche la nostra neurofisiologia. Sono stati fatti degli interessanti esperimenti di deprivazione sensoriale (Ganzfeld), con soggetti che venivano inseriti in ambienti senza alcuno stimolo sensoriale e che, presto, provavano un senso di disagio se non un vero e proprio terrore. Questi esperimenti, tra l’altro, informano sul fatto che il nostro cervello ha un continuo bisogno di stimoli… sì, d’accordo, ma di stimoli giusti! E di giuste pause.

Ci sono molti altri fattori e variano, nella loro interazione, da persona a persona. Ve ne sono però alcuni che possono essere spiegati in termini di  dicotomie e di contrapposizione, rendendo conto, almeno in parte, di come certi comportamenti compulsivi possano essere delle vere e proprie dipendenze, anche quando non sono percepite come tali.

Flow vs Dissociazione

Quando si svolgono attività piacevoli, anche lavorative, può accadere di trovarsi in un particolare “stato di grazia” definito “flow”. Flow, letteralmente, significa flusso e, in questo caso, sta proprio ad indicare la sensazione di fluire con leggerezza, di non avvertire la fatica, il trascorrere del tempo, di essere invasi da un lieve ma sostenuto piacere. Il Flow apre la porta alla creatività, all’autorealizzazione e all’autostima. Si può sperimentare mentre si legge un libro che ci appassiona, mentre si scrive o si svolge il proprio lavoro ma anche, paradossalmente, mentre si svolgono i cosiddetti “doveri” di casa, di accudimento dei propri figli, durante una passeggiata da soli o in compagnia dei nostri amici a quattro zampe e così via. E’ un po’ quello che già molti anni fa affermava la filosofia zen.

Non si tratta di quella gioia e di quel piacere più elevati, e spesso più brevi, che si può provare in attività di puro divertimento come durante una festa, un incontro inatteso o  nel piacere sessuale. E’ qualcosa di più leggero, ma pervasivo, dura a lungo e ci fa percepire con chiarezza che ciò che stiamo facendo ci appartiene, soddisfa i nostri veri bisogni, i nostri veri desideri. E’ l’essenza della meditazione, del percepirsi nel Qui e Ora, vivi e vitali, nella realizzazione di ciò che siamo. Il Flow è una sensazione vitale, essenziale e può fornirci molta energia. Accade così che anche dopo ore passate a lavorare (se c’è passione e si ha la fortuna di amare ciò che si fa) ci sentiamo energici e pieni di voglia di vivere, di fare, di uscire e così via.

Nella Dissociazione, tipica dell’instaurarsi delle dipendenze, si hanno alcuni effetti molo simili al Flow: si perde la cognizione temporale, non si sentono i dolori (né fisici né psichici) e, all’inizio, si avverte piacere. Ma solo all’inizio. Vi sono però differenze fondamentali: nella dissociazione siamo distaccati dalla realtà nel senso di “fuga” dalla realtà, è come se sospendessimo la vita. Nella Dissociazione ci perdiamo, invece di ritrovarci, non seguiamo i nostri veri bisogni e desideri e, invece di riempire il vuoto che spaventa, ci si svuota di energia e vitalità.

Per capire meglio vi porto l’esempio di un’altra differenza, quella cioè del…

Gioco ludico vs Gioco d’azzardo

Il Gioco Ludico (sembra un’allitterazione, quasi a dire un “gioco giocoso”!) porta con sé un Piacere intrinseco vs Finalità da raggiungere. E sì, ho introdotto un’altra dicotomia, ma sono tutte collegate, interdipendenti.

Il Gioco Ludico, in altre parole, è piacevole da svolgere in sé per sé, senza che ci debba per forza essere un fine da raggiungere. Nel gioco d’azzardo, anche se si parla di Ludopatia, questa forma di piacere intrinseco è assente: c’è solo la finalità di vincere del denaro (ipotesi remota, per di più!). Ed è proprio questa caratteristica, unita a quella capacità di indurre dissociazione tipica di alcuni “giochi”, che lo rende intrinsecamente pericoloso per lo sviluppo di dipendenza.

Cosa fare?

Più sono complessi i fenomeni, le loro cause, i fattori in gioco (scusate il “gioco” di parole!) e più trovare soluzioni semplici e univoche è difficile.

In alcuni casi, però, sono proprio le cose considerate “banali” che possono aiutare di più. Un “trucco” apparentemente facile è quello di concedersi il piacere, in modo sano e autentico. Non si deve fare qualcosa di eclatante o costoso, non per forza, almeno!

Il piacere è porre attenzione al Qui e Ora, il piacere è non disperdere energia vitale in ciò che non ci serve davvero, il piacere è non cercare a tutti i costi di riempire il vuoto che avvertiamo dentro, ma fargli spazio, concedergli di albergare in noi, intuirne i possibili presenti e gli infiniti potenziali futuri: occasioni per rinnovarsi, per creare e inventare, o anche semplicemente per rallentare, riposarsi e recuperare energie. Lo si può fare nelle piccole cose di ogni giorno così come nei grandi progetti di vita.

Kundera, nel suo memorabile “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, da me parafrasato nel titolo di questo post, lascia intendere che la chiave della felicità, in fondo, sta proprio nelle cose semplici, anche prevedibili, come la routine quotidiana. Nella “semplice” leggerezza dell’essere non vi è nulla di banale, scontato, superficiale.

Corriamo dalla mattina alla sera, magari anche per riuscire a far entrare quell’ora di yoga rilassante nella nostra settimana lavorativa, senza renderci conto che possiamo fare le stesse cose, nello stesso spazio-tempo, rallentando dentro: allentando la pancia, ricominciando a respirare a fondo, ad ascoltare il battito del cuore, il flusso del sangue che scorre dentro noi, la nostra energia vitale, a sentirsi e percepirsi vivi.

Non sappiamo più porre l’attenzione ad un solo momento, un solo luogo, un solo sentire, perché ci siamo dispersi, diffusi, spezzettati in tante altre cose che non ci appartengono. Tornando al nostro esempio iniziale: si può fare a meno di leggere tutti i messaggi delle chat, di guardare l’ultimo video di gattini, di scorrere continuamente la bacheca di facebook. Oppure lo si può fare, ma relegandogli un tempo preciso, senza lasciarsi intrappolare nella dissociazione, restando connessi alla realtà, a noi stessi, agli altri. E questo vale per ogni tipo di comportamento compulsivo e compensativo.

Banale? Scontato? Semplice? E allora perché siamo tutti così dipendenti? Sì, dipendenti: perché quando un comportamento non lo sappiamo più limitare, quando ci innervosiamo perché non lo possiamo mettere in atto, quando lo facciamo sempre di più, sempre più spesso, sempre più a lungo, quando pur avvertendo un senso di nausea e di insofferenza continuiamo a fare qualcosa che ci allontana dalla realtà e dal nostro sentire, siamo DIPENDENTI.

Una verità da non sfuggire. Non bisogna allarmarsi, ma prenderne atto, diventarne consapevoli e, invece di accendere il telefono, girarsi verso nostro figlio, sorridergli e iniziare a raccontargli una storia.

 

 

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Il primo colloquio è gratuito.

 

 

N.B. Questo post non costituisce un articolo di divulgazione scientifica ma una mera riflessione basata su un’esperienza personale: le informazioni riportate sono comunque tratte dalla mia esperienza professionale e dalla letteratura scientifica.

Se avete dubbi circa i vostri comportamenti, se vi sembrano compulsivi, chiedete consiglio ad un esperto o confidate i vostri dubbi al medico curante che saprà consigliarvi in proposito.

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